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sabato 23 gennaio 2016

L'Ethos, l'Ingegno, e gli alieni coprofagi che leggono Baricco (secondo il Duca di Baionette)


Iniziamo con qualche citazione da incorniciare:
La Letteratura Vera, di cui ci si può vantare, sarebbe quella di autentici inetti letterari come Baricco o compagnia.
È grazie alla percezione sociale che questa merda sia “Letteratura” che l’Italia ha meno lettori di altri paesi. 
Roba che fa addormentare o disgustare per la propria vuotezza qualsiasi lettore non corrotto dal Bias del “se è Baricco è geniale, quindi deve considerarlo geniale anche se lo stesso testo se attribuito a uno sconosciuto lo giudicherei immondizia!”
Immondizia, buona per chi ama l’immondizia, ma non si fa né si giudica l’Arte con i bias dei mangiamerda. :-)
Alla fine a certi la merda spacciata per Letteratura, a furia di ripetersi che doveva piacere, ora piace davvero… si sono riprogrammati i cervelli andando contro milioni di anni di evoluzione che li spingevano a rigettare la merda. [Sì, vai così! Merda! Merda! Merda! Sono quasi all'orgasmo...NdEgo]
Le primizie che avete appena degustato rappresentano appena un accenno di ciò che il famoso (?) chef Duca di Baionette è in grado di offrire ai palati letterari più esigenti, quelli che “mobbastaveramenteperò, i lettori meritano dippiù!”.
Se cercate un'alternativa alla solita, triviale letteratura che istupidisce perfino gli individui meno istupidibili, il Duca propone menu a base di Ethos, Ingegno aristo(cra)telico (rammentiamo ai neofiti che solo l'Aristotele di cui parla sempre il Duca è quello Nobile, Augusto, quello Vero insomma), e la consueta, irrinunciabile spolverata di Escrementi.  

E non è tutto. Nessuno avrà certo dimenticato i pregressi esperimenti alchemici del Duca, capaci di tramutare tutta la letteratura di Qualità nella Sua Letteratura di Qualità, e  soprattutto di tramutare gli avventori più deboli in perfetti surrogati del Duca stesso. A titolo di esempio, citerò l'avventura dello scrivente che, colto da un subitaneo accesso di follia, ha osato varcare le soglie del blog Vaporteppa, il sinistro regale maniero del Duca.

L'Occhio del Duca sorveglia l'Arte per tutti noi

Armato di puro e semplice intento provocatorio (non potevo fare altrimenti, dovendomi presentare al Signore della Provocazione per eccellenza), mi sono accostato al Re e alle sue Guardie, ponendo loro osservazioni non prive di senso logico (sebbene, come già detto, pungenti e provocatorie). Pensando di fare cosa gradita al Duca, che non ama gli anonimi barbari che di tanto in tanto assaltano i suoi blog, ho anche voluto palesarmi per ciò che sono nella realtà non virtuale: un giovane viandante di trentasei anni, che legge tre-quattro romanzi al mese, e ha digerito numerosi manuali di scrittura (molti dei quali consigliati proprio dal Duca e, in generale, dalla sempiterna Scuola Gamberi). Ho aggiunto tali informazioni (che in altri contesti avrei certo tenuto per me) col solo scopo di persuadere il Duca con la sua stessa ingenuità, quella che gli fa etichettare come “bimbominkia adolescente che in vita sua ha letto solo Tolkien e Licia Troisi” chiunque si permetta di esprimere dissenso circa la Qualità e la Bellezza delle opere che lui Approva.

Uno dei più insigni discepoli dal Duca non tarda a farsi avanti (a dire il vero non è stato l'unico, ma gli altri non sono che trascurabili apprendisti sputaveleno da due soldi). Si tratta di Francesco Menconi, che in replica ai miei commenti si esprime così:
Secondo me sei nella fase che Dara Marks chiama “Spinta verso il punto di rottura“, appena dopo il Risveglio che consegue al primo Turning Point. Quando ero io in quella fase – molto brutta – ho perlomeno evitato di fare crociate contro chi aveva causato l’Incidente Scatenante, giusto per evitare che nel caso di una Risoluzione non Tragica del mio Arco di Trasformazione, non finissi col non potermi rivolgere a chi se ne intende davvero. Sono stato una volpe.
Secondo il volpino Menconi, questo sarebbe un adattamento comico delle teorie di Dara Marks. Cosa ci sia di comico bisogna chiederlo al Duca, dal momento che questa presunta comicità la capiscono sempre e solo i ministri del culto. Tuttavia, bisogna riconoscere che qui l'allievo ha superato il Maestro: sfruttando come “materia prima” i miei pochi commenti al suo articolo (una trentina di righe in tutto), Menconi ha elaborato un profilo completo del mio io-scrittore. Complimenti, nemmeno lo sforzo congiunto di Jung, Kafka e Maria De Filippi avrebbe fatto meglio. Ma non è finita. Siccome Menconi non ci sta ad apparire come l'ennesimo burattino catechizzato dal Duca, aggiunge: 
Ci sono alcune cose che a me non piacciono dei suoi metodi, e arrivo a dirti che probabilmente la sua attenzione ai dettagli è eccessiva in alcune circostanze
Un barlume di raziocinio, infine! Ma sarà autentico? 
Ciò che più avvilisce, caro Menconi, non è l'eccesso di zelo del Duca, che peraltro non sempre conduce alla millantata ineccepibilità del risultato, come abbiamo visto nella recensione de Lo specchio di Atlante e come vedremo a breve con la storia degli Alieni mangiamerda. Il nocciolo della questione è molto più banale: il Duca reputa imbecille (per usare un eufemismo) chiunque consideri mediocri le opere su cui ha lavorato, o chiunque consideri valide opere che lui ritiene mediocri, forte del fatto che Lui studia e applica le tecniche narrative in modo scientifico. Non c'è spazio per opinioni, poiché (secondo lui) nella narrativa, come nella matematica, non esistono opinioni, ma solo Verità. E non è tutto. Al fine di stroncare la benché minima possibilità di critica nei suoi confronti, il Duca diffonde (più o meno velatamente) un messaggio ancora più radicale: la possibilità che egli applichi male ciò che ha studiato, o che a volte possa aver frainteso le indicazioni dei famosi manuali, o che le stesse regole possano talvolta essere opinabili, è matematicamente impossibile.
In parole povere, il Duca si spaccia come sommo conoscitore e infallibile esecutore.
Proprio per questo Baricco sarebbe un povero mentecatto, e immagino che lo stesso possa dirsi di altri autori privi di uno stile perfettamente misurabile, sul quale il Duca possa apporre squadra e compasso per tracciare i suoi grafici, quali il premio Nobel Gabriel García Márquez. Cito da Cent'anni di solitudine:
[José Arcadio sta per avere un incontro con la lasciva Pilar Ternera, che lo ha sedotto]
Rimase immobile per un lungo momento, chiedendosi meravigliato come aveva fatto ad arrivare in quell'abisso di abbandono, quando una mano con tutte le dita tese, che tastava nelle tenebre, gli sfiorò il viso. Non si sorprese, perché senza saperlo se lo aspettava. Allora si affidò a quella mano, e in un terribile stato di spossatezza si lasciò portare in un luogo senza forma dove lo svestirono e lo sballottarono come un sacco di patate e lo girarono per il diritto e per il rovescio, in una oscurità insondabile nella quale le braccia gli erano di troppo, dove non si sentiva più odore di donna, ma di ammoniaca, e dove cercava di ricordarsi il viso di lei e si trovava davanti il viso di Ursula, confusamente cosciente che stava facendo qualcosa che da molto tempo desiderava si potesse fare, ma che non si era mai immaginato che in realtà si potesse fare, senza sapere come lo stava facendo perché non sapeva dove erano i piedi e dove la testa, né i piedi di chi né la testa di chi, e sentendo di non potere sopportare oltre il fruscio glaciale delle sue reni e l'aria delle sue viscere, e la paura, e l'ansia stupefatta di fuggire e nello stesso tempo di rimanere per sempre in quel silenzio esasperato e in quella solitudine spaventosa. 

Immondizia, vero?
Ma torniamo alla mia disavventura su Vaporteppa. 
Schernito, accusato di malafede (?) e alto tradimento, vengo infine bannato dal maniero. D'altronde, è mai stato accolto sui blog di questo satrapo qualcuno che abbia avuto l'ardire di contraddirlo? Ecco infine il Suo verdetto:
Hai un blog: insultami lì, fai quel che vuoi lì, non mi riguarda e non mi interessa, sono un adulto e le meccaniche degli asili non le capivo nemmeno quando ci andavo io all’asilo. Probabilmente perché sono un povero idiota, come suggerisci in modo piuttosto chiaro con le tue allusioni su quanto non capisco niente, non so fare niente, dirigo una collana a colpi di vaffanculo random e roba così. 
L'infantilismo di queste parole si commenta da sé. Vale solo la pena rammentare che io non ho mai offeso il Duca, ho riconosciuto anzi (più volte) il valore del suo progetto editoriale. Quanto al resto, mi sono permesso di criticarlo con misurata ironia, cosa che lui ha sempre fatto con ben altra presunzione, pesantezza e cattivo gusto, dapprima nel corso della sua lunga carriera di adoratore di Gamberetta, per arrivare in tempi recenti al masterpiece su Baricco. E a proposito di Baricco: a me Novecento è piaciuto molto, e a quanto pare è piaciuto pure a Giuseppe Tornatore che ha deciso di farci un film

Perdonaci, Duca! Non siam degni di legger libri,
 noi handicappati della letteratura! 

L'ultima frase poi - quella in cui l'esimio tenta di ridicolizzare la mia ironia rimarcando di “dirigere una collana a colpi di vaffanculo random” - mi riempe di quell'affettuosa commiserazione di quando si guarda un animaletto scemo lanciarsi ancora e ancora contro un vetro, senza che riesca a capire cosa lo fermi (citazione: l'animaletto scemo sarebbe Licia Troisi, secondo il Duca). Tralasciando il fatto che la casa editrice per cui lavora il Duca (Antonio Tombolini Editore) è nata da pochissimo, e che sarebbe quindi azzardato giudicarne oggi i meriti o i demeriti, trovo singolare, ad esempio, che Amanda Pitto, direttrice editoriale della collana Amaranta (proprio per Tombolini), si dichiari sul mio blog del tutto estranea alle "colorite" invettive del Duca. Del resto, se il Duca ammettesse i suoi piccoli difetti di personalità, e diventasse in generale un po' più umile, ne gioverebbero tutti: casa editrice, autori e lettori. Accade invece tutt'altro: egli sostiene di usare in genere toni “molto morbidi e possibilisti”. Evidentemente è così: nel mondo in cui il Duca crede di vivere, quello in cui lui è il Gegno incompreso della letteratura, scrivere articoli come quello su Baricco (che, ripeto, è solo la punta di un iceberg) significa usare toni morbidi e possibilisti. 

Ma il nostro Re non si arresta certo di fronte a una mera, perdonabile incapacità di autocritica. No, il deliquio giunge al parossismo quando se ne esce con “cose” di questo tipo:
L’ethos: ai miei autori lo insegno di base, non si può capire nulla davvero bene senza capire quello. E non parlo solo di narrativa, si parla di vita.

Capito miseri vermi? Lui vi insegna l'ethos, vi insegna a vivere
Non aggiungo altro.

Spassoso poi il fatto che il Duca mi accusi di "untuose dichiarazioni di sospetta ammirazione" al fine di aumentare le visite sul mio blog (ok, confesso: ho sempre pensato che il mio blog avrebbe fatto mille visite al giorno – come già fanno altri miei blog del resto – grazie ai miei untuosi commenti postati su Vaporteppa ^__^). E che dire delle sue attenzioni paterne: ma sei proprio sicuro che sia io quello che abbisogna di "calore umano" ed "esami di coscienza", mio caro babbo Duca?

Insomma, penso che il quadro sia abbastanza chiaro.  

Vediamo ora una breve recensione dell'opera Alieni coprofagi dallo spazio profondo, visto che l'ho appena letto e non ritengo opportuno farne un post a parte. Vi ricordo che la recensione è SPOILERANTE.


Non mi dilungherò come per Lo Specchio di Atlante, anche perché immagino che un'analisi approfondita interessi a ben pochi. Credo infatti che una considerevole fetta dei fedeli di Vaporteppa sia costituita dalla fronda più estremista/esaltata della Scuola Duca-Gamberi: sarebbe un inutile dispendio di tempo tentare di convincere costoro che le opere promosse dal Duca potrebbero non essere poi così magnifiche (ovviamente mi riferisco alle opere di autori italiani, scelte e lavorate dal Duca, non ai romanzi tradotti). C'è anche da dire che, a parte le (poche) opinioni presenti su Amazon (il cui valore lascia il tempo che trova, sia per lo scarso approfondimento, sia per la solita storia delle stelline...), su internet si trova ben poco riguardo Vaporteppa. Fanno eccezione le ottime recensioni del Tapiro, blogger che gode della mia massima stima (Tapirullanza è a mio avviso il miglior lit-blog italiano), ma, ahimè, vecchio "amico" del Duca sul blog di Gamberetta. Non ci metto la mano sul fuoco, ma immagino che in mancanza di tale pregresso "legame gamberesco", i pareri del Tapiro nei confronti delle opere curate dal Duca sarebbero più severi. Oppure può anche darsi che il Tapiro, come me, apprezzi molto l'intento e l'impegno che distinguono il progetto Vaporteppa dallo sterco che asfissia il mondo editoriale italiano, e che cerchi quindi di "spingerlo" (più o meno consciamente) con recensioni abbastanza accondiscendenti, che comunque non mancano di evidenziare i problemi di tali opere. In ogni caso, mi tengo il beneficio del dubbio.
Passiamo quindi a una breve analisi degli alieni coprofagi. 

Lo stile è quello a cui il Duca ci ha abituati: tagliare il superfluo, esaltare il necessario. L'intento è buono, e in linea con le moderne regole e convenzioni della narrativa, ma il risultato è discutibile. In molti casi, l'eccessiva ricercatezza sortisce effetti contrari a quelli desiderati. Ad esempio, non amo imbattermi in termini poco "user-friendly" come: 
Si avvicinò e le sclere scintillarono in mezzo al blu del viso. 
Temo che almeno il 75,65% della popolazione italiana non sappia cosa sia una sclera, perché costringerci a consultare un vocabolario?

Col piede urtò un tupperware dal coperchio verde.
La percentuale sale all'80,43%.


Non mancano similitudini "azzardate", che lasciano perplessi:
I burrito della sera prima, come alpini scafati, erano aggrappati alle pareti del suo stomaco e valutavano se iniziare una scalata.
No, Nunzio, non mi pare proprio la situazione adatta per pensare ad alpini in procinto di scalare una parete.

Inoltre, mi sono imbattuto spesso in descrizioni dall'effetto non immediato (nel senso che ho dovuto rileggerle almeno un paio di volte per visualizzare la scena), del tipo:
[Nunzio] Volò indietro, picchiò la nuca contro la stampante e spiaggiò sul pavimento. Il neon sfarfallò una risata, subito sostituita dalla faccia incazzata di Talenti.

In altri casi, ho riscontrato dettagli inutili e/o fastidiosi, che sfociano nell'abuso del famigerato Show don' tell in situazioni che non lo richiedevano:
[Nunzio] Si trascinò verso l'uscita, le gambe pesanti come cosciotti di prosciutto. Scese lungo le scale. Lo smartphone vibrò contro il prosciutto destro. Si fermò al piano ammezzato e prese l'apparecchio: un messaggio. 
La medesima scena poteva essere descritta in metà parole, sacrificando qualche dettaglio inutile (soprattutto "il piano ammezzato").

Sollevò il piede e lo calò sulla leva del cassonetto. La bocca di ferro si spalancò in tutto il suo fetore e Nunzio le diede in pasto lo scatolone con dentro lo scudo rosso durato meno di cinque minuti.
Bastava scrivere: aprì il bidone e vi scaraventò dentro lo scatolone con dentro lo scudo rosso durato meno di cinque minuti.

Chen girò la chiave e spinse l'acceleratore, girò il volante. La vettura uscì dal parcheggio. 
Hai dimenticato: allacciò la cintura, regolò la posizione dello specchietto retrovisore e controllò il livello della benzina.

O anche:
Nunzio schiacciò il tasto col simbolo della chiave e riappese la cornetta.
Troppo banale scrivere "Nunzio schiacciò il tasto per aprire e riappese"?

Un'alga scura e convessa, carica di ragù, picchiò sulle labbra di Nunzio.
Alghe convesse?!


E che dire di questo:
Nunzio spinse il carrello vicino alla cassa sette. Calò le braccia nelle buste della spesa e poggiò cinque sacchetti di patatine al bacon, cinque pacchi di pop-corn per microonde, bastoncini di pesce, patatine fritte surgelate, cordon bleu, due secchielli di gelato gusto mou, bruschette surgelate, tre pacchi di biscotti al cacao, quattro bottiglie di succo di mela, ketchup piccante, maionese, salsa barbecue, salsa worcester, salsa rosa, tre pacchi di costine, due di hamburger, un merlot e un cabernet, tre salami, un pezzo di gorgonzola, un triangolo di grana padano, una boccetta di aglio in polvere, tre pesti e cinque sughi pronti, due burrate, tre pacchi di caramelle acide, sei spiedini, del succo di limone, un vaso di Nutella da 825 grammi, sette buste di risotti pronti, olio aromatizzato al rosmarino, quattro scatole di cereali al cioccolato, arachidi, burro di arachidi, cinque pacchi di caffè, quattro confezioni di budino alla vaniglia, tre pacchi di spaghetti, due di rigatoni, tre di pennette rigate, uno di fusilli, un kit per la preparazione dei burrito, due chili di burro, sciroppo d’acero, tre scatole di sofficini, olio per friggere, dentifricio e spazzolino, schiuma da barba e lamette, due pacchi maxi di carta igienica.
Nel romanzo Il Ninja morbosamente obeso di C. Mellick III troviamo un elenco abbastanza simile. Tuttavia Mellick ha ben pensato di moderarsi, buttando giù solo poche righe, più che sufficienti per ottenere l'effetto voluto. Ma il Duca, si sa, ama fare le cose in grande. Risultato? Arrivato al grana padano, ho saltato a piè pari l'elenco. 


Non manca qualche errore nella gestione del POV, esempio:
Una fastidiosa erezione disegnò una mezzaluna contro la tuta di Nunzio.
Il punto di vista è saldamente ancorato a Nunzio. Come è possibile che lui, panzone da circo, abbia potuto vedere la mezzaluna formata dalla sua erezione? D'altra parte, non penso che Nunzio godesse degli stessi privilegi di gente come Rocco Siffredi.

Riassumendo, direi che in linea di massima non siamo di fronte a veri e propri errori. In altri casi probabilmente non ne avrei fatto menzione, ma qui si parla di Vaporteppa: nel tempio della perfezione nulla può essere concesso. Tuttavia, si conferma l'impressione già avuta leggendo altre opere curate dal Duca: sebbene lo stile sia generalmente buono (trasparente, etc), trovo a tratti una certa pesantezza. La lettura non è sempre scorrevole, come invece accade con le opere di Carlton Mellick III (cito Mellick poiché l'opera in questione, sebbene non rientrante appieno nella categoria Bizzarro, presenta molte somiglianze con le produzioni di Mellick e autori simili), che pure è capace di infilare in un unico romanzo tonnellate di elementi weird, azione, e ambientazioni tanto assurde quanto "palpabili". Amo lo stile di Mellick proprio per l'estrema semplicità, leggerezza, scorrevolezza, ma evidentemente lui non ha bisogno di far notare agli altri quanto cazzo è bravo a scrivere.

Passiamo all'esame della trama, dove ho riscontrato i problemi più grossi. Tanto per cominciare, il romanzo risulta troppo lungo se proporzionato all'esiguità del plot. Cento pagine per una storia del genere sono decisamente troppe. La tensione ne risulta penalizzata, diluita tra dialoghi ed eventi del tutto secondari, da eliminare in tronco, soprattutto in alcuni capitoli. Sembra quasi che l'autore, partendo da un'idea tutto sommato originale e divertente (alieni che mangiano merda, a me piace), abbia fatto carte false per confezionare un romanzo che giustificasse il prezzo dell'ebook. 
L'arco di trasformazione del protagonista, poi, è inaccettabile. Si parte da un ciccione frustrato, caricatura sfigata di Fantozzi, che da un momento all'altro diventa un condottiero più cazzuto, atletico e risoluto del suo idolo Schwarzenegger. Cambiamenti di questo genere non avvengono in maniera così repentina. Il risultato è che mentre il Nunzio cicciomerda è simpatico e abbastanza credibile, il Nunzio-Terminator appare inconsistente e ridicolo.

Stesso dicasi per il modo in cui Nunzio riesce a infinocchiare l'alieno per evadere di prigione: una trovata davvero pessima. Non posso credere che un essere in grado di pilotare una nave spaziale sia così stupido da cadere in un tranello simile.
Inoltre, trovo abbastanza discutibile l'umorismo che permea l'opera. Non ho alcun preconcetto nei confronti di volgarità e umorismo nero, tutt'altro, ma nelle opere di Vaporteppa - come al solito - si esagera: ciò che inizialmente è piacevole e genuino finisce così per diventare pesante e artificioso (mi riferisco ad esempio alla trovata delle scenette di Star Wars disegnate sulle maglie degli alieni, ripetuta fino alla nausea). 

Il finale poi è abbastanza scontato, ma non credo si potesse fare di meglio.

Conclusioni

Un'opera interessante, originale, a tratti spassosa. Se fosse stata scritta in metà pagine e con uno stile più sobrio, il mio giudizio sarebbe stato sicuramente positivo (e avrei meglio digerito anche la dubbia metamorfosi di Nunzio da sfigato a eroe). In questo caso, non posso che esprimermi con un: Mah.


Concludo questo lungo articolo con una confessione: mi piacerebbe lavorare con il Duca. E' incontestabile il fatto che sia molto preparato nella sua materia, e chiunque ami il fantasy (soprattutto steampunk e bizzarro) dovrebbe quantomeno prenderlo in considerazione. Pertanto, è possibile che prima o poi gli sottoponga qualcosa, al solo scopo di "toccare con mano" i suoi metodi, i suoi consigli e tutto il resto (sì, anche l'ethos!).
Le probabilità che da un nostro eventuale incontro letterario possa nascere un'opera su Vaporteppa è pressoché nulla (anche se lui volesse), per ovvie ragioni. Ma io sono del parare che nella vita è bene provare un po' di tutto, pur di non annoiarsi. Perfino il Duca.  

giovedì 26 novembre 2015

Il minestrone di Atlante (con contorno di gamberi)

Come promesso, ho deciso di pubblicare una recensione riguardo uno dei romanzi della collana Vaporteppa. Perché iniziare proprio da Lo specchio di Atlante? Semplice: sono sempre stato un misantropo patito di labirinti, distorsioni temporali, mondi paralleli...in pratica, tutto ciò che riguarda il genere surreale e il realismo magico. Penso di aver letto una discreta fetta di ciò che la narrativa mondiale (tradotta in italiano) offre in quest'ambito. Per questo ho preferito rimandare la lettura delle tipiche opere ducali che trattano tettone, vaporetti e roba simile, e concentrarmi su un romanzo che si annunciasse più vicino ai mie gusti. Peccato che le aspettative siano rimaste per buona parte deluse.
Inizierò con l'esame dello stile, come da tradizione gamberesca. A tal fine, abbandonerò le mie spoglie umane per tramutarmi temporaneamente in un ittico e intelligentissimo discepolo della Scuola Gamberi. Solo così potrò adottare un metro di misura adeguato, degno della Dea. 
Vi avviso che l'intera recensione è spoilerante, quindi evitate di leggerla se avete intenzione di acquistare l'opera.


A seconda della gravità dell'errore/problema riscontrato, assegnerò di volta in volta una valutazione:

Un gambero infilzato: errore/problema poco grave
Due gamberi infilzati: errore/problema rilevante




Tre gamberi infilzati: orrore






Prima di tutto, però, diamo uno sguardo ai protagonisti del romanzo.

I nostri tipici eroi

 

La migliore espressione di Heron
Heron: tipico protagonista anonimo, trasparente e insapore come acqua distillata. Si trova coinvolto in enigmi e casini giudiziari che, in mancanza dell'ispettore Derrick o di L di Death Note, dovrà risolvere aguzzando l'ingegno.





Zephirock
Zephiro: tipico maestro saggio, anziano, venerabile etc. Ogni tanto sfoggia slang molto yeah, della serie “sono vecchio ma non un fottuto rincoglionito”, il che lo rende anche abbastanza antipatico. Lati positivi: ha lo stesso nome dello zucchero che uso di solito.






...però lui aveva un omuncolo più grosso e peloso
Kalomon: tipica spalla del tipico protagonista anonimo. Sfrontato, presuntuoso, crede di essere fico, simpatico...le solite cose in stile "Ian Solo" di Star Wars. Ma alla fine, inaspettatamente ^_^, abbasserà la cresta anche lui.

 

 

 

 

 

Sciòu-don-tell e Pointovviù, distruzioni per l'uso

 

In numerosi casi l'autore (con la complicità del Duca) utilizza la tecnica che Scott Card definisce "penetrazione profonda", ovvero una totale immersione nei pensieri del personaggio senza spezzare la narrazione (per un approfondimento sul tema, qui). Ora, quando si parla di punto di vista (POV) non è sbagliato alternare diversi livelli di penetrazione nel corso della narrazione, ma ritengo inopportuno farlo nella medesima scena. Esempi:
Cosa sarà accaduto a Ilina? Non sapeva ancora cosa accadesse ai sogni durante la veglia. Continuavano a esistere? O svanivano a ogni risveglio? Zephiro aveva una risposta per questo? Glielo avrebbe chiesto.
Questo era il terzo sé stesso che lo lasciava. Sia maledetta l’insensibilità di Zephiro. Perché imporre agli Apprendisti di dare agli omuncoli il loro aspetto? Assistere al proprio decadimento fisico era una lezione di saggezza o di cinismo?
Quello che Heron stava ascoltando da Zephiro era sempre stato presente, in qualche modo, nella sua mente, anche se non aveva mai voluto ammetterlo. È strano come essere cosciente di tale potere mi faccia sentire inadeguato per utilizzarlo.

Che senso ha mescolare i pensieri del personaggio in penetrazione leggera (interrompendo la narrazione con le classiche frasi in corsivo) con quelli espressi in penetrazione profonda? Nell'ultimo estratto, ad esempio, bastava portare tutto in penetrazione leggera, scrivendo: In fondo l'ho sempre saputo, ma non ho mai voluto ammetterlo. È strano come essere cosciente di tale potere mi faccia sentire inadeguato per utilizzarlo. Oppure si poteva trasformare tutto in penetrazione profonda. Mescolare diversi livelli di penetrazione nella stessa scena può creare nel lettore un senso di fastidio non dissimile da quello dovuto al repentino cambio di POV da un personaggio all'altro.


Ecco uno ben più esperto del Duca a proposito di livelli di penetrazione

Abbiamo poi diversi casi di dubbie intromissioni del narratore, mini-infodump e gestione del POV traballante:


Gli inchini non erano previsti nel cerimoniale dei Maghi, ma Heron non poteva fare a meno di abbozzarli… anche se poi li lasciava incompleti. Il Maestro non li sopportava.
I lettori, invece, non sopportano frasi del genere. Inchiostro elettronico sprecato.


Ma, a differenza del collega, sapeva quando era poco consigliabile parlare.
Per allontanare la puzza del narratore sarebbe stato meglio scrivere: “Ma preferì tacere per non beccarsi anche lui una lavata di testa.” O qualcosa del genere.



Lo vide crescere sotto i suoi occhi e mettersi in piedi, sulle gambette instabili [...]. «Salve,» disse. Gli omuncoli erano subito in grado di parlare. Il piccolo era già autonomo. E, in un ciclo lunare, avrebbe vissuto tutte le fasi dell’esistenza di Heron.
Piero Angela non avrebbe fatto di meglio. Complimenti per l'esempio da manuale di infodump.


La fanciulla era stesa sul giaciglio del suo sonno perenne. Accanto al letto, zia Lenora le stringeva la mano tiepida.
Ma chi è il personaggio POV qui? Fino a poco fa eravamo con Heron e ora siamo con la zia Lenora?


Le fiamme avvolsero il corpo del compagno che, spinto dalla mano di fuoco, fu proiettato verso la tela nera della notte. Una meteora oltre il Ciglio del Mondo.
Dio onnipotente! Era questo il momento in cui un lettore ardimentoso come me doveva balzare dalla sedia con un roboante “WOW!”, dico bene? Già, questa è poesia ragazzi! In pratica, se ho ben capito, Heron viene buttato nel baratro dal Demone. Oppure non è andata proprio così? E il demone che fine ha fatto? Qualsiasi stronzo al posto di zio Zefi avrebbe posto a Kalomon queste domande (e molte altre), considerando l'importanza cruciale dell'evento, ma vuoi mettere col finale poetico? Ma soprattutto: come mai quel cazzone di Kalomon, che non rinuncia mai ai suoi modi sprezzanti e spiccioli, conclude il suo racconto come avrebbe fatto un poeta dell'ottocento ("tela nera della notte", "meteora oltre il Ciglio del mondo")?

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?
  

Tacquero. La piovra li osservava, sorniona, dal fondo della boccia.
In ginocchio sui ceci, Duca: hai usato il Telling, l'incantesimo proibito.


Il Maestro fece un mezzo sorriso ma non parlò.
Peggio di prima: stavolta, in ginocchio sui gamberi.


Cosa accadrebbe al mio corpo addormentato in Maniero? Non poteva saperlo.
I lettori sanno che non poteva saperlo. Il personaggio POV sa che non poteva saperlo. L'autore sa che non poteva saperlo. Quindi, esimio Duca, perché cazzo ce lo hai scritto?


Era un enigma che lo affascinava, ma non se la sentiva di tentare un esperimento per scioglierlo. Non gli andava di morire per verificare una teoria filosofica.
Ma veramente? No, mi rifiuto di crederlo! Che codardi questi maghetti allevati dal Duca.

 

Insalata di mare

 

L'Incipit del romanzo è obsoleto: invece di catapultare il lettore nella vicenda, il tutto si risolve in un preambolo senza capo né coda, infarcito di considerazioni/informazioni vaghe e fumose quando non da cassare in tronco, rime sfigate ("contadino-caprino", "sorgente-fluente") e, in generale, un tono pomposo che sembra voler annunciare chissà che, stile l'intro de Il SIlmarillion (ma in quel caso c'era ben altra carne sul fuoco).


Il Maestro è troppo immobile. Dev’essere almeno al Quinto Livello di Meditazione.
 Questa trovata dei livelli di meditazione (peraltro ribadita svariate volte nel corso del romanzo) è abbastanza ridicola. Spero che il Duca e l'autore ne fossero consapevoli, e che abbiano solo voluto concedersi una parentesi di autoironia, riferendosi alle stronzate tipiche dei fantasy di infimo livello. Io ne avrei comunque fatto a meno.

L’omuncolo si rizzò in punta di piedi sulla spalla del padrone, mise le mani a coppa davanti alla bocca e strillò: «Svegliati, vecchio bacucco!» La piovra si agitò nella boccia. Lo strano animale si colorò di nero. Heron e Kalamon sobbalzarono.
Perchè separare le frasi con interpunzione forte, dal momento che il tutto si svolge nel tempo di uno strillo?

Zephiro recitò una formula sub vocale e l’esserino cadde a terra pietrificato, con un tonfo secco.
 Questa è tosta, qualcuno mi spiega cosa sarebbe una formula sub vocale?

Il lago era immobile. Heron, attraverso la siepe, non scorse movimenti nelle sue profondità.
 Come può un tizio (ancorché cazzuto come Heron) capire se c'è movimento nelle profondità di un lago, osservando da una siepe?

Heron, con passo strascicato, percorse un sentiero fra le felci, che si aprivano al suo passaggio.
 E poi, una volta passato Heron, immagino che si richiudessero, vero? Davvero imprevedibile il comportamento di queste felci.

Heron si affacciò. La scalinata proseguiva a ridosso della parete, rimpicciolendo e perdendosi più sotto. Non aveva parapetto, né corrimano [...]. Materializzò un globo di luce fredda, che lo precedette, rischiarandogli il cammino. L’aria era secca e pungente. Sulla roccia non c’erano ciuffi d’erba, né cespugli cui aggrapparsi, cosicché la discesa risultò lenta e difficile.
Alla faccia del cazzo...questo qui materializza sfere di luce (fredda, per di più!) come niente fosse, però non riesce a inventarsi niente per evitare di precipitare nel vuoto all'interno del suo stesso sogno. D'accordo che la scala è stretta e senza corrimano - ma tu guarda un po' che caso strano, non poteva essere larga e comoda, vero? -, e che Heron non ha pieno potere di plasmare i suoi sogni come gli pare e piace, ma visto che il maghetto può creare sfere di luce, proprio come se si trovasse nel mondo “reale”, allora per quale ragione, esattamente, non può creare anche qualcosa che lo aiuti a non precipitare dalle scale? Un po' di fantasia Duca, suvvia...

Percorse con lo sguardo il graduale confondersi e offuscarsi del cielo nella zona crepuscolare, fino al completo buio della notte totale
 Qui l'autore utilizza, evidentemente senza saperlo, una figura retorica (chiasmo) utilizzata soprattutto in poesia. L'effetto in prosa è ovviamente orrendo, ma il Duca non sembra preoccuparsene.

Descrizioni che non descrivono o descrivono male

L’erba, gli alberi, i fiori, il cielo, il lago, il Palazzo scintillante, erano un tale caleidoscopio di tinte che la loro concretezza appariva un assurdo. A conferma dell’enormità dello sforzo creativo, tutto esauritosi in quella superba realizzazione, l’orizzonte appariva vicinissimo e lasciava all’esterno un vuoto che ancora attendeva di essere plasmato in una nuova fantasmagoria. Poco lontano, davanti a loro, il paesaggio s’interrompeva come delimitato dall’orlo di un baratro.
In base ai parametri della Scuola Gambardimentosa, questa descrizione fa abbastanza schifo. Povera di elementi concreti, densa di termini vaghi, aggettivi inutili, senza contare la storia del "paesaggio interrotto". Forse, prima ancora di Heron, lo sforzo creativo avrebbero dovuto farlo il Duca e Cicchetti.

Per un istante temette di essere capitato chissà dove ma non c’erano dubbi: era proprio nel suo sogno: la linea dell’orizzonte era interrotta da quell’impossibile baratro.
Uhm. Non so voi, ma io trovo difficile visualizzare l'immagine della linea dell'orizzonte interrotta da un "impossibile" baratro. La linea dell'orizzonte è per definizione lontana dall'osservatore...quindi come può costui capire se c'è un baratro che la "interrompe"? E cosa significa esattamente che la "interrompe"? Non sarebbe stato più corretto riferirsi a qualche elemento concreto (che so, un bosco, una montagna) come confine oltre il quale si spalanca il baratro?

Sul vestito bianco della ragazza, in mezzo al petto, c’era l’impronta di una mano. Una mano sinistra impressa come un marchio di fuoco.
A parte il fatto che la descrizione lascia molto a desiderare (non si capisce bene se parliamo di una mano infuocata o cosa, ma per fortuna Cicchetti lo spiegherà meglio in seguito), ma vi pare che se un maghetto apprendista (come Heron) si trovasse di fronte una scena simile, invece di allarmarsi, guardarsi intorno etc, starebbe lì a pensare che la mano che ha lasciato l'impronta di fuoco è la sinistra? Ma peppiacere! E' chiaramente una forzatura introdotta dall'autore per ragioni di trama.

Il sentiero costeggiava il lago e serpeggiava nel boschetto di olmi. C’era un silenzio innaturale. Il Giardino era brulicante di vita, ma Heron non ne coglieva la presenza.
Il giardino brulica di vita...ma che dico, pullula di vita! E di che vita parliamo esattamente? E che cazzo significa che Heron non ne coglie la presenza? Non è un controsenso?

Fu costretto a spegnere il globo. Tenerlo acceso gli costava troppa energia, e non poteva permettersi di indebolirsi.
Di quale energia parliamo esattamente? Chi ha detto che materializzare oggetti nei sogni richiede energia (specialmente quando uno – Heron - si è già preso il disturbo di materializzare un intero mondo)? Non mi pare che questo aspetto sia mai stato spiegato nel romanzo.

Il minuscolo, vecchio Heron sorrise con gli occhi.

Attraversò i fasci di luce, che filtravano come lance nel fogliame, e s’immerse sempre di più nel bosco.
Ohibò, Duca, mi cadi su queste abusatissime espressioni cliscé? Non è da te, dai...

Chissà se anche gli occhi hanno l'alito cattivo

 
Dietro la finestra di una stanza, a livello del cortile, c’era una figura. Era immersa in un alone di luce ed emanava lampi di pura malevolenza.
Ma che cazzo mi combini Duca? Non vedi che fai ammuffire il carapace della Dea Gambera con questi obbrobri? Non si era detto di non usare mai termini vaghi e astratti nelle descrizioni? Ci sarebbero ancora altri appunti da fare, ma con l'esame dello stile mi fermo qui.

Come ti creo il fantagiallo

E veniamo infine al vero tasto dolente di questo romanzo: la trama. O meglio: la tipologia di trama. I problemi iniziano quando Zephiro decide di entrare dentro la povera Ilina (niente battute da due soldi, grazie: ci ha già pensato Zefiro, con un'uscita humor di serie Z, di quelle che piacciono tanto al Duca, quando dice: "Ma chi sarà il Demone che lascia impronte sui seni? Uno sporcaccione!") che sta sognando non si sa cosa. Heron nel frattempo è a spasso nel proprio sogno, a trovare un vecchio mago (ma ogni tanto non si potrebbe avere un mago giovane? O una maghessa strafica? Eccheccazzo). A questo punto, Zefiro si rende conto di non trovarsi più nel sogno di Ilina, ma in quello di Heron. Ma poi ci ripensa: non è proprio così. E' Ilina che può entrare nel sogno di Heron! Dunque, il nostro Zefi (che peraltro va a zonzo per i sogni in forma astrale, quindi in "modalità" differente rispetto a Heron e Ilina che invece sono "reali"!) si trova nel sogno di...? No, perdio, sbattetemi un istrice in faccia, farebbe meno male! Qui bisogna lasciare le molliche di pane per raccapezzarci qualcosa. Ma attenzione, signori, perché il vero casino deve ancora arrivare! Questo è solo il primo, umile tassello del fanta-rompicapo che vi sta per travolgere! Proseguendo nella lettura, i più attenti noteranno certamente somiglianze con opere di autori vicini al genere surreale/realismo magico. Io, ad esempio, ho pensato subito a un racconto de Il libro di sabbia, in cui Borges incontra se stesso da giovane. Tuttavia, c'è una differenza fondamentale tra Cicchetti e Borges: la maggior parte delle pippe mentali di quest'ultimo si sviluppano in forma di racconti brevi.
Insomma, leggere un racconto di Borges ben vale un mal di testa, come una sana scopata vale un mal di schiena, ma Cicchetti ha deciso proprio di stupi(di)rci con effetti speciali. E non è finita qui. La situazione peggiora quando ci si rende conto che, in effetti, l'autore non voleva scrivere una versione allungata e pompata di qualche racconto borgesiano, infilando ovunque specchi dimensionali, sogni dentro sogni, personaggi sdoppiati, e via dicendo. No, miei cari gamberetti: lo scopo di Cicchetti era quello di scrivere qualcosa che somigliasse a un giallo. Proprio per questo, un lettore fantasy non abituato a ragionare come Perry Mason, suderà sette camicie per seguire le varie diramazioni della storia. Se almeno il Cicchetti si fosse limitato a piazzare qualche specchio dimensionale qui e lì, evitando di metterci in mezzo pure i sogni, i sognatori dentro i sogni, i sogni condivisi, le forme astrali e altre diavolerie, l'opera ne avrebbe guadagnato non poco. Insomma, un tizio acquista su Vaporteppa un'opera che reca sulla copertina la scritta “romanzo fantasy”. E invece cosa si ritrova? Una trama composta per il 50% da caratteristiche tipiche del romanzo giallo, 30% di realismo magico (filosofate varie sulle dimensioni spaziotemporali etc), 20% di fantasy (più che altro per l'ambientazione). Da cui si desume che questo romanzo non è un fantasy. Al massimo, potremmo definirlo un “fantagiallo”.
D'altronde, come definireste un romanzo la cui parte centrale si svolge in un tribunale (in un processo serio che vede imputato il protagonista - nulla a che vedere col tribunale folle e surreale di Alice nel paese delle meraviglie) dove troveranno spiegazione tutti gli eventi accaduti fino a quel momento? Ulteriore conseguenza di questa bizzarra scelta narrativa sta nel fatto che il conflitto è ridotto a una mera ricerca di “chi ha fatto cosa e perché”: non c'è spazio per altro, i personaggi sono “freddi”, meri attori di questo gioco, come avviene appunto in molti romanzi gialli. Fortunatamente i protagonisti hanno anche delle controparti “cattive” che non si dilettano a combattere il Bene per dominare l'universo e boiate varie, ma solo per salvaguardare la sopravvivenza del proprio mondo. Ciò allevia un poco la netta sensazione che i personaggi principali non siano altro che manichini su cui l'autore ha cucito la sua labrintica trama. Per le stesse ragioni, è inevitabile che la tensione cada a picco dopo la fase del processo, e il finale dell'opera, a dir poco scontato, per non dire “obbligato”, dimostra ancora una volta come in questo romanzo l'elemento fantastico funga da mero contorno di una vicenda improntata su elementi tipici di altri generi lontani, molto lontani dal fantasy e, se vogliamo, anche dal realismo magico. 

Due e due fanno quattro, disse il Duca

A supporto di quanto detto finora, vale la pena ricordare che il nostro Cicchetti non è certo un novellino in fatto di gialli: nel Premio Tedeschi 2012 si è classificato finalista con un romanzo rientrante proprio in questo genere, intitolato Il rifugio dell'orco. Naturalmente ciò non depone a favore dell'opera qui recensita. Semmai, rende ancora più chiari i motivi delle scelte narrative adottate ne Lo specchio di Atlante, scelte che hanno poco a che fare col fantasy. Potremmo allora definirlo un buon libro giallo? Non ne ho idea, ma posso supporre che gli elementi surreali/fantasy potrebbero rendere l'opera indigesta anche a un amante di Agatha Christie, dunque non saprei davvero a chi consigliare la lettura di quest'opera. 

Gamberetta dixit

La Dea dei sette mari ebbe a scrivere quanto segue riguardo quest'opera:
Presto questo moltiplicarsi di mondi (i mondi in sogno, i mondi dietro gli specchi, i mondi dietro gli specchi in sogno) rende il romanzo un bel casino. Lo dico in senso positivo: è piacevole farsi trasportare in questa Realtà labirintica. Onestamente non posso mettere la mano sul fuoco riguardo la coerenza della storia, per farlo avrei dovuto tracciare una sorta di “mappa” di tutti i personaggi e i loro mondi, e non mi sembrava il caso.
Proprio così: tracciare schemi e prendere appunti per non perdere il filo della storia sono attività che interessano ben poco a un lettore di libri fantasy. Se poi Gamberetta ha trovato piacevole lasciarsi trasportare in questa realtà labirintica senza capirci una mazza...beh, c'è chi trova piacevole farsi frustare a sangue o infilarsi i chiodi nel naso: ciò non vuol dire che siano attività solitamente piacevoli, o sbaglio? Ora, capisco che la prima versione di quest'opera (prima che ci mettesse sopra le zampe il Duca) sia sbocciata in piena era di Fantamonnezze e che quindi siano stati giustamente esaltati i suoi pregi. Non nego che l'opera abbia un certo valore filosofico, né voglio ignorare l'originalità e il fascino di alcune trovate (il Libro dei Se, in particolare, mi è piaciuto molto), ma da qui a definirlo un buon fantasy ce ne passa. 

Conclusioni

Quanto allo stile, mi limito a un "passabile": gli errori evidenziati dimostrano obiettivamente come la millantata sapienza del Duca sia ben lontana dal generare i risultati soddisfacenti eccezionali da lui promessi. Riguardo la trama, ribadisco quanto già detto: potreste apprezzarla molto se amate i gialli o i thriller incasinati, ma sconsiglio l'opera a chiunque cerchi uno sviluppo narrativo più lineare (tipico di un romanzo fantasy e di molte opere rientranti nell'ambito di generi cugini, come il surreale o il realismo magico). 

SCHIFOMETRO