giovedì 26 novembre 2015

Ed Ella vibrò la frusta urlando: "Ardimento, bestia! Ardimento!"

Per chi non lo sapesse, la prosperosa fa(n)tina nell'immagine e il gaudente coniglietto sferzato rappresentano due figure di primaria importanza nell'ambito della travagliata storia del Regno Letterario d'Italia. Non abbiamo notizie certe riguardo la nascita di questo bizzarro sodalizio, ma le cronache raccontano che, in pieno periodo di decadenza del Regno, qualcuno disse “Fiat lux!” (o forse “Fish-lux”), ed Ella fu. Rosee le sue membra. Affusolato il sembiante. Incantevolmente terribile. Era un gambero (l'evoluzione fatata arriverà dopo qualche anno). Era Gamberetta.

Le sue gesta eroiche, e in particolare la pugna ingaggiata contro le orde barbariche di Licia Troisi, non tardarono a diffondersi attraverso il Regno. Tale era il suo potere, che in breve tempo nessuno riuscì più a parlare di lei senza provare un certo timore reverenziale.
Esisteva allora un coniglio che ramingava tra le terre selvagge: il Duca di Baionette (meglio conosciuto come Duca di Baiotette, per motivi a me ignoti). L'incontro con Gamberetta fu fatale: inizialmente ateo, egli fu all'improvviso travolto da un fervore mistico paragonabile a quello di un contadino che avesse ricevuto il Graal da Dio in persona.
Il Duca non stava più nella pelle: saltava, rideva, piangeva... Il pelo gli divenne rosso per l'euforia. Aveva scoperto l'Orgasmo platonico, il Femminino sacro, l'Anima junghiana. Sì, La Dea, la salvatrice del Regno, era finalmente giunta. Grazie a Lei, nulla sarebbe stato più come prima. La formidabile amalgama di grazia femminile e piglio militaresco, il fascinoso contrasto fra il roseo carapace e la candida polpa, l'inenarrabile cultura, i grandi occhioni da ragazza-manga, la passione per il vapore, e molto altro, finirono ben presto per ridurre il Duca a uno stato di servilismo incondizionato.
Tale fu l'influenza della gambera sul coniglio, che questi, dopo svariati anni di sudditanza, giunto ormai al parossismo dell'idolatria, decise di innalzare un tempio in suo onore, denominandolo Vaporteppa Vaporseppia (la mutazione ittica della parola è d'obbligo...anche io, nel mio piccolo, voglio rendere un modesto tributo alla Dea). Il completamento dell'opera si rese vieppiù necessario allorquando Gamberetta, esaurita la sua missione fantaspirituale, preferì abbandonare le rozze sembianze ittiche per tornare alla sua forma originaria: pura Luce, pura Idea. Senza la sua Guida, il Regno Letterario Italiano rischiava nuovamente di precipitare nel caos. Come poteva il cuore ardimentoso del Duca permettere che ciò accadesse? Come poteva egli consentire che i preziosi insegnamenti della Dea cadessero nell'oblio? Giammai!

Il Duca travestito da essere umano del futuro

Fu così che, rinchiuso nel tempio di Vaporseppia, il Duconiglio intraprese la sua attività con la solennità e lo zelo che si convengono a un alchimista del suo livello. Vi assicuro che vederlo all'opera (pochi hanno avuto questo onore) è uno spettacolo che nemmeno il possente Merlino potrebbe eguagliare. Lo scopo del Duca oltrepassa infatti i più arditi sogni mai accarezzati da stregone, alchimista o scrittore: tramutare la Narrativa in una Scienza esatta! Per realizzare l'obiettivo, il Duca di Baiotette decise quindi di fondare nel tempio di Vaporseppia una “scuola di magia”, ambiziosamente battezzata “Scuola di Ardimento”, ostentando, sull'ingresso dello stesso, il temuto/adorato vessillo recante l'effige di Gamberetta. Il progetto riscosse molto interesse: tuttora, folte schiere di aspiranti stregoni, bardi, paggi e giullari si presentano al suo cospetto. Tuttavia, come è noto, il Duca ammette solo i più virtuosi, quelli che praticano le segrete arti dello Sciòu-don-tell con la stessa scioltezza con cui la possente lancia di Sir. Rocco Sigfrido (oggi volgarmente chiamato Rocco Siffredi) si farebbe largo in una giungla di patate assassine.
Come si concluderà l'avventura? Riuscirà il Duca a realizzare il suo obiettivo?
Esaminando alcuni scritti, si apprende subito che il Duca ha una concezione ben precisa di Narrativa e, soprattutto, di quale sia il suo scopo. In particolare, egli sostiene che:
Sia nella Retorica degli oratori che nella Narrativa, l’obiettivo è convincere il pubblico ed emozionarlo con l’uso di una tecnica tanto perfetta da far sparire “il testo” e lasciare solo l’effetto.
Secondo lui, quindi, retorica e narrativa condividono il medesimo obiettivo: emozionare e convincere, poiché:
Le due cose sono fuse in modo indissolubile: si emoziona allo scopo di convincere.
Le intenzioni del Duca sono senza dubbio ammirevoli, e la sua concezione di Narrativa, già condivisa da una larga fetta di popolazione, ha riscosso molti consensi tra coloro che hanno l'onore di frequentare la Scuola di Ardimento, e anche tra quelli che ne hanno solo sentito parlare.
Tuttavia, sottoponendo a un'attenta analisi i testi di alcuni suoi apprendisti, ci si rende conto che, nonostante il Duca si adoperi alacremente in esperimenti volti alla realizzazione del “romanzo perfetto”, le sue tecniche “retoriche” non sembrano produrre il risultato sperato. Alcuni studiosi rimarcano che i metodi del Duca soffrano di gravi incongruenze, poiché, nonostante egli predichi lo studio delle regole (tecniche narrative) come mezzo attraverso cui incantare il lettore, è evidente come invece tutte le opere su cui egli abbia messo le zampe rivelino in maniera inequivocabile la sua impronta lagomorfa. In particolare, è noto come le opere maneggiate nel tempio di Vaporseppia presentino caratteri comuni che hanno ben poco a che fare con l'emozionare e il convincere il lettore, come ad esempio:
  • Personaggi bidimensionali/stereotipati (senza contare che c'è quasi sempre qualche simulacro di Gamberetta - o meglio, della Gamberetta immaginata dal Duca - ovvero una tettona intrattabile ma dal cuore d'oro).
  • Sciòu-don-tell applicato in maniera così rigida che spesso il lettore finisce per annoiarsi, sicché il senso di immersione si affievolisce ben più di quanto sarebbe accaduto utilizzando in maniera saggia e ponderata il deplorato incantesimo del Tell.
  • Storie abbastanza noiose, che peraltro trattano sempre gli stessi temi.
  • Umorismo discutibile (un tipo di umorismo che piace solo al Duca e ai suoi adepti).
Meglio non abusare dello Sciòu-don-tell...[

Il risultato è un insieme di opere che, pur attestandosi su livelli senza dubbio superiori alla media dei fantaromanzetti diffusi nel Regno, esercitano però una modesta attrattiva non solo su quegli sprovveduti che leggono regolarmente testi triviali come Twilight e simili, ma anche su lettori più attenti (come me) che hanno all'attivo centinaia di ottimi romanzi letti. Il Duca, peraltro, sembra andare molto fiero del fatto che le opere prodotte da Vaporseppia rechino la sua impronta, ignorando il fatto che tale approccio le renda apprezzabili solo da una ristretta fascia di persone, in barba al rapporto di fratellanza tra narrativa e retorica.
In definitiva, l'attività del Duca dimostra come, purtroppo, non basti certo un mago/alchimista, ancorché fra i più saggi e colti, a trasformare il rame in oro. Anzi, l'esempio del Duca ci insegna come talvolta la sapienza possa accentuare gli effetti del più temibile tra i flagelli: l'egocentrismo.
D'altronde, la sua ambizione/presunzione è ben nota a tutti, come dimostrano dichiarazioni di questo genere:
Quasi tutti gli autori stranieri scrivono a un livello tecnico che non trovo adeguato agli standard che cerco, anche se spesso le idee sono buone, per cui per me formare autori nuovi è il cuore stesso della collana editoriale.
Altre critiche potrebbero essere mosse al Duca. Ad esempio, suscita non poca perplessità il suo atteggiamento di avversione e scherno nei confronti di Amazon (un noto libraio straniero), dal momento che, in realtà, egli stesso sfrutta la fama di Amazon per diffondere i suoi lavori! Il Duca, in effetti, è molto patriottico: per questo incita il popolo ad acquistare le opere di Vaporseppia presso librai italiani, ma qualcuno potrebbe intravedere una certa incoerenza in questo (nonostante la presenza su Amazon si renda necessaria per svariati motivi).

Ora però sarà bene spendere anche qualche parola di encomio per il nostro candido leporide. In effetti, la Scuola di Ardimento del Duca è uno dei pochi esempi di impegno serio rivolto a coloro che intendono praticare la nobile disciplina dello scrivere. A parte qualche altro personaggio degno di nota (al momento mi vengono in mente solo Vicki Satlow e Giulio Mozzi), la stragrande maggioranza di coloro che si definiscono agenti letterari, editor, case editrici e simili, si è aggregata in un gigantesco baraccone ambulante che costituisce una vera e propria piaga per il Regno Letterario Italiano. A differenza di questa ignobile massa di funamboli, truffatori, bifolchi, ignoranti, delinquenti, millantatori, il Duca crede davvero in ciò che fa ed ha la preparazione culturale per farlo. Bisogna riconoscere che ben pochi, in particolare durante questi tempi bui, avrebbero avuto il coraggio di investire tempo e risorse in un progetto dagli esiti tanto incerti. Pertanto, non posso che approvare a pieni voti la sua attività, l'impegno, l'onestà, pur mantenendo le mie riserve sull'effettiva qualità delle opere prodotte finora. Infine, bisogna ricordare che, al di là dei bislacchi esperimenti già citati, il tempio di Vaporseppia ferve di altre iniziative meritorie, come ad esempio la traduzione in italiano di testi scritti da alcuni validi autori stranieri (come Swanwick).
Nel prossimo articolo, esaminerò come si conviene uno dei testi prodotti dalla Scuola di Ardimento: Lo specchio di Atlante.

SCHIFOMETRO

A quanto pare lo Schifometro non ha mancato di riconoscere l'impegno del Duca, premiando l'attività di Vaporseppia con un timido assenso. Riusciranno le opere della Scuola di Ardimento a eccitare la nostra perfida lancetta sì da spingerla verso le verdeggianti lande dello Schifometro?

mercoledì 25 novembre 2015

Alieni dalla stella Vega

Il tizio dalla testa a melanzana che vedete in foto è uno splendido esempio di alieno conosciuto con il nome di: veg(etari)anus-fanaticus. Naturalmente, non si tratta di un vero alieno: in realtà, è un normalissimo e imperfettissimo essere umano sotto mentite spoglie. Ciò che questi sedicenti alieni credono di possedere in più rispetto a noi miseri bipedi dal cranio sferico, è la risposta alla domanda delle domande: l'uomo è “biologicamente” adatto a mangiare solo vegetali, oppure può mangiare anche carne? Nel loro furore mistico-ascetico-trascendentale, costoro finiscono sempre per mischiare questioni etiche, chimiche, economiche, in un calderone di luoghi comuni, informazione rabberciate e altra robaccia, generando una confusione tale che nemmeno Mary Poppins riuscirebbe a metterci una pezza (e il brutto è che a questi sedicenti alieni non puoi nemmeno cantargli “basta un poco di zucchero e la pillola va giù”, sennò si offendono e ti infamano, visto che per loro una zolletta di zucchero è più velenosa della Kryptonite per Superman). Inutile dire che l'atteggiamento di questi esaltatissimi vegefolli fa schifo. E attenzione: non ho detto che fa schifo la loro scelta alimentare (che condivido appieno, a certe condizioni). Ho detto che fa schifo il loro atteggiamento di superiorità, la loro pretesa di aver aperto gli occhi, di aver capito cose importantissime che altri poveri gonzi (come me) non hanno capito. Ma di questo, così come di qualsiasi altra considerazione di tipo etico, economico, politico etc, parlerò in futuri articoli. Ora mi occuperò di trattare l'argomento “mangiare carne” dal punto di vista esclusivamente “biologico” (altro termine su cui sarebbe da discutere).

 Prima di entrare nel vivo della questione, sono doverose alcune premesse:
  1. Il termine “onnivoro” può significare "tutto e il contrario di tutto". Pertanto, a mio parere, è del tutto inutile domandarsi: “L'uomo è onnivoro”? L'unica scelta sensata, dunque, è utilizzare parole e frasi del tutto inequivocabili: se dico “carne”, o “mangiare carne”, dico qualcosa di ben preciso, non soggetto a interpretazione. Se dico “onnivoro”, invece, si finisce in un inutile caos di interpretazioni, come evidenziato qui.
  2. Per la stesura di quest'articolo mi sono avvalso di varie fonti. Stabiliamo quindi cos'è una fonte. Una fonte di informazione deve essere attendibile, altrimenti non è una fonte. Cito da Wikipedia:
Basandosi il moderno metodo scientifico sulla ricerca e la revisione paritaria, sono definite fonti le pubblicazioni scientifiche, includendo in queste gli articoli apparsi su riviste scientifiche, i manuali, i libri di testo, i rapporti di organizzazioni scientifiche o governative.
Qualcuno obietterà che scienziati prezzolati potrebbero non dire il vero e mentire di proposito per favorire gli interessi economici della multinazionale di turno. Ciò è possibile, senza dubbio, ma in fondo all'articolo spiegherò perché è illogico pensare che la scienza menta sulle questioni alimentari per puri scopi economici (ovvero, esattamente ciò che pensano molti vege-complottari). 
Certo, le fonti da sole non bastano. Bisogna anche usare la logica (anch'essa grande amica dell'imparzialità, e nemica giurata di esaltati vari) per arrivare a certe conclusioni e poter scrivere un articolo decente come questo. 

Andiamo quindi al nocciolo della faccenda. L'uomo può mangiare carne? Andiamo ancora più a fondo. L'uomo è biologicamente adatto a mangiare carne? Andiamo ancora più a fondo. L'uomo è biologicamente adatto a mangiare carne, come lo è un leone? E se non lo fosse, allora è adatto a mangiare vegetali come un cervo? Iniziamo da uno dei must delle invettive vegane e vegetariane: l'apparato digerente. Ho trovato un interessante studio sull'argomento. Il prof. Carlo Consiglio, dichiara apertamente di essere vegetariano (tanto per tranquillizzare il solito veg(etari)ano afflitto da manie di persecuzione di matrice complottista). Invito tutti a leggere la pagina linkata con attenzione, da cima a fondo, e poi tornare qui. Bene, avete letto? Proviamo a riassumere i tratti salienti.
È da tempo noto che gli animali carnivori, la cui dieta è più ricca, hanno il tratto gastrointestinale più corto di quello degli animali che si nutrono di piante, che hanno bisogno di una digestione più elaborata.Nella seguente tabella Henneberg et al. [1998] confrontano il rapporto tra lunghezza intestinale e lunghezza corporea e tra superficie gastrointestinale e superficie corporea di diverse specie; ne risulta che l'uomo si trova in posizione intermedia tra carnivori e animali che si nutrono di piante per quanto riguarda la superficie gastrointestinale, e addirittura tra i carnivori per la lunghezza intestinale.

Chivers & Hladik [1980, 1984] hanno calcolato per diverse specie coefficienti di differenziamento dell'intestino, consistenti in rapporti tra le superfici di stomaco+cieco+colon e dell'intestino tenue. Infatti essi argomentano che l'intestino tenue, essendo principalmente deputato all'assorbimento, è più sviluppato nei carnivori, mentre stomaco e cieco formano potenziali camere di fermentazione, necessarie ai folivori. I valori di tali coefficienti inferiori a 0.2 denotano carnivoria esclusiva, e quelli al di sopra di 3.0 folivoria esclusiva. I frugivori hanno valori intorno a 1.0. […] Sussman [1987] osserva che gli umani attuali, studiati con lo stesso metodo, mostrano un coefficiente da 0.37 a 1.15, con la media di 0.62, pertanto andrebbero considerati come frugivori, leggermente spostati verso i carnivori. Maclarnon et al. [1986] hanno calcolato la superficie di quattro sezioni (stomaco, intestino tenue, cieco e colon) di 80 specie di Mammiferi, tra cui 48 Primati, nonché degli indici che rappresentano il grado in cui la superficie di ciascuna sezione si allontana da quanto atteso, tenendo conto della statura, ritenendo che tale allontanamento sia dovuto alla dieta e non alle dimensioni corporee. […] L'uomo (n. 42) si trova tra i carnivori (che gli AA. chiamano faunivori), seppure in posizione confinante con i frugivori. Conclusioni dello studio L'uomo si è evoluto in modo da trovarsi in una situazione intermedia tra quella caratteristica della carnivoria e quella caratteristica della frugivoria; ma la struttura fondamentale del colon è rimasta quella di un animale non carnivoro.
In definitiva, da questo studio emerge che l'uomo si è evoluto, adattandosi all'ambiente circostante, come mangiatore anche di carne, benché sia tendenzialmente non carnivoro, similmente a uno scimpanzé che può mangiare anche carne (e che, in effetti, mangia anche carne, come vedremo nel seguito dell'articolo). L'uomo, dunque, ribadiamolo, può mangiare anche carne, ma non è certo “specializzato” a nutrirsi di carne come un leone. In altre parole, si è dimostrato che il nostro apparato digerente non indica una condizione sufficiente per affermare che l’alimentazione debba essere solo a base di vegetali. Soffermiamoci ora su questo importante termine: “specializzato”. Un leone è specializzato a mangiare carne per una serie di ragioni: caratteristiche dell'apparato digerente, dentatura, mandibola etc. Per le stesse ragioni, una mucca è specializzata a mangiare vegetali, così molti altri erbivori ruminanti che hanno ben quattro stomaci per poter far fronte a una digestione particolarmente elaborata. E l'uomo? Azzardando un paragone con alcuni primati (paragone che, peraltro, i vegesauri non perdono occasione di tirare in causa, chissà perché), troveremo che l'uomo e lo scimpanzè hanno in comune il 98% delle sequenze nucleotidiche del DNA mitocondriale, cioè un metabolismo molto simile. Molti vegeconvinti a questo punto sbattono il pugno sul tavolo ed esultano: “Ecco! Visto? L'uomo è come lo scimpanzé! Mangia solo vegetali!”. Falso. Jane Goodall, nota per la sua ricerca (durata 40 anni) sulla vita sociale e familiare degli scimpanzé, afferma:
Gli scimpanzé sono onnivori e mangiano non soltanto frutta, noci, semi, fiori, foglie ecc, ma anche molti tipi di insetti e la carne di mammiferi di media taglia che essi cacciano. Gli scimpanzé, come gli esseri umani, sono capaci di vivere in una gran varietà di habitat, diversamente dall’orango o dal gorilla che in natura hanno diete più specializzate. Inoltre, questi nostri cuginetti pelosi sono degli abili cacciatori.
Sempre sul sito della Goodall leggiamo:
Jane osservò proprio l’atto della caccia, quando un gruppo di scimpanzé attaccò e mangiò un colobus rosso che si era arrampicato su un albero. I cacciatori si occuparono di chiudere qualsiasi via d’uscita all’animale, mentre uno scimpanzé adolescente salì lentamente dietro la preda per catturarla. Gli altri maschi immediatamente saltarono su per dividersi le parti della carcassa con grande eccitazione.Il cacciatore, avendo avuto successo, spartisce parte della preda con gli altri e si conoscono diversi tipi di comportamento di richiesta di cibo per tentare di riceverne un pezzo. La maggior parte della preda viene mangiata, incluso il cervello.
Naturalmente, la carne costituisce solo una piccola fetta della dieta dello scimpanzé: non superiore al 2%, secondo la Goodall. Ma questo 2% è più che sufficiente a sfatare il mito secondo cui noi, come gli scimpanzé, non saremmo "biologicamente adatti" a mangiare carne. Inoltre, permettetemi di ipotizzare che se lo scimpanzé avesse la capacità (come ce l'ha l'uomo) di prepararsi un gustoso pollo al forno, allora quel 2% subirebbe un sostanziale incremento. E qui tocchiamo un altro argomento tanto caro ai nostri vegetocrati: “L'uomo sfrutta il suo intelletto per andare contro natura! Altrimenti non caccerebbe animali! Infatti l'uomo non ha artigli, zanne e la potenza fisica di un leone o di un orso! Quindi la natura imporrebbe all'uomo di non cacciare animali (e di conseguenze non avrebbe bisogno di cuocerli per mangiarli!), ma di usare le mani per cogliere vegetali!” 
Ci sono così tante stupidaggini in questa affermazione che non saprei da dove iniziare. Vado a caso: 1) Non è detto che l'uomo debba avere la velocità di un ghepardo per correre dietro a una gazzella, gli artigli per ghermirla e le zanne per dilaniarla, poiché esistono prede più piccole e “manipolabili” che l'uomo potrebbe cacciare e mangiare anche senza ricorrere al suo kattivissimo e innauralissimo intelletto. 2) Benché forse i vegesaltati non siano abituati a farlo, esistono numerosi animali che - pensa un po'! - utilizzano il loro intelletto per procacciarsi il cibo! Pensiamo alla lontra: questo simpatico animaletto ha capito che utilizzando una pietra può rompere il guscio di un ostrica e mangiare il mollusco. E' chiaro che Madre Natura non ha dotato la lontra degli strumenti anatomici adatti a rompere il guscio di un'ostrica (avete mai visto le zampe di una lontra?), quindi, secondo vegedeliranti, la lontra, andrebbe contro natura

Vegepazzoidi, state lontani da me o vi spacco la testa col mio sasso!

Quello della lontra non è certo l'unica caso. Guardate questo corvo che utilizza un bastoncino per procurarsi il cibo:


Mi sembra abbastanza chiaro che la Natura non scomunicherà i corvi, le lontre, e moltissimi altri animali, perché hanno utilizzato il loro naturalissimo cervello per superare i loro limiti fisici e/o adottare tecniche di caccia per riempirsi la pancia. Anzi, è stata proprio la Natura a "suggerire" a questi animali tutti i migliori stratagemmi per sopravvivere. Così come ha suggerito all'uomo di procacciarsi il cibo anche cacciando e cuocendo i cibi. Si potrà obiettare che l'uomo, a differenza degli animali, sfrutta l'intelletto non solo per fini consoni alla propria natura, ma anche per arrecare danno a se stesso (fumando sigarette, eccedendo nell'alcool, mangiando tonnellate di schifezze...) o al pianeta in genere (provocando inquinamento etc). Ma questa considerazione ha ben poco a che fare con il mangiare carne, per un semplice motivo: fumare una sigaretta non porta alcun vantaggio alla nostra salute, mangiare una fettina di carne invece sì (nutrimento)

Torniamo ora al discorso della “specializzazione”. Abbiamo detto che alcuni animali sono più specializzati di altri nel mangiare carne o vegetali. Un leone è più specializzato di un uomo o di uno scimpanzé nel mangiare carne. Su questo non ci piove. Ma perfino il termine “specializzato” non è così netto come potrebbe sembrare. Eccone un chiaro esempio. Proprio così: il cervo, quel nobile animale erbivoro, mangia anche carne all'occorrenza. Certo ne mangerà pochissima, ma comunque la mangia per integrare la sua dieta, quando ne ha bisogno. Allo stesso modo, è possibile osservare gatti che mangiano l'erba: alcuni ricercatori ritengano che i gatti abbiano bisogno di alcuni enzimi e nutrienti che si trovano nelle piante verdi e che questi contribuiscano a formare un sistema naturale di pulizia dello stomaco grazie alle fibre contenuti nelle piante. 

Queste considerazioni sono di fondamentale importanza per comprendere che generalmente NON ESISTE UNA COMPATIBILITA' BIOLOGICA ASSOLUTA fra animali (incluso l'uomo) e un determinato tipo di cibo, e se anche tale compatibilità esistesse solo per alcune specie, non è certo questo il caso dell'uomo. Su questo tema, che fornisce l'autentica chiave di lettura di tutto, torneremo in fondo all'articolo. Arrivati a questo punto, ripassiamo la parola al Vegeinkazzato di turno: “D'accordo, ma allora mi spieghi perché è stato ormai scientificamente dimostrato che mangiare carne è causa di moltissime malattie, cancro al conon in primis?” Risposta: non è stato dimostrato un cazzo di quello che dici. Ciò che è stato dimostrato è che eccedere nel consumo di carne fa male. Come qualsiasi elemento venga introdotto nel nostro corpo: perfino l'acqua potrebbe ucciderci se ne abusassimo. In breve: la dose fa il veleno. Vegeinferocito: “No!!! Bere poca acqua non fa male, mentre mangiare carne fa male sempre! Se ne mangi poca, fa male poco, se ne mangi tanta fa male tanto, come una sigaretta!!!!!!!” Stronzate. Tralasciando il ridicolo esempio della sigaretta (già spiegato prima il perché), vediamo di fare un po' di chiarezza. 

Tanto per cominciare, non tutta la carne è uguale. Un conto è la carne del pollo e del maiale che allevo nella stalla sotto casa, un conto è la carne del pollo e del maiale che compro al supermercato sotto casa. Se eccedessi nel consumo degli alimenti rientranti nel secondo caso, infatti, andrei certamente incontro a una serie di problemi di salute che non derivano dalla carne in sé, ma da tutto ciò che l'uomo fa per rendere la carne fruibile sulla grande distribuzione, ovvero: 1) Le sostanze, più o meno lecite (anche a seconda della “bontà” della legislazione nazionale di riferimento), che vengono impiegate negli allevamenti per stimolare la crescita degli animali, impedire il diffondersi di malattie (dovute proprio al fatto che negli allevamenti industriali gli animali vivono in ambienti molto ritrestt), etc. Per avere un quadro della situazione, leggete quest'ottimo articolo. 2) I conservanti (come nitriti e nitrati) che l'uomo impiega per aumentare la conservazione della carne. Per saperne di più, qui. Senza ora addentrarci in un esame etico, economico, politico e sociale riguardante la moralità, la necessità e/o la convenienza dei trattamenti ad opera dell'uomo sulla carne o sui vegetali, rimane il fatto che tali trattamenti non hanno nulla a che fare con l'alimento in sé. 
Rivolgendosi a prodotti bio o, meglio ancora, provvedendo autonomamente a coltivare quanto necessario e/o ad allevare animali in proprio (sempre nei limiti del proprio fabbisogno alimentare), il problema malattie verrebbe scongiurato: a quel punto rimarrebbe solo da seguire una buona dieta, che fornisca un apporto equilibrato di nutrienti al nostro organismo.

Ma allora, esattamente, quanta carne possiamo mangiare? In linea di massima, nel bilanciare il consumo di carni, dovremmo propendere per le carni bianche, o meglio ancora per il pesce, poiché le carni rosse hanno un carico di colesterolo e grassi saturi più alto rispetto a quello delle carni bianche e del pesce. Perché non bisogna esagerare con i grassi saturi? Qui trovate un articolo dettagliato sull'argomento. Abbiamo poi il caso delle carni lavorare (insaccati, mortadella, prosciutto...), che sarebbero da limitare il più possibile o da eliminare in tronco. Esistono inoltre recenti studi che hanno individuato in uno specifico zucchero il possibile responsabile della cancerogenicità attribuita ad alcune carni rosse (manzo, maiale e agnello), ma è ancora tutto da verificare. In dettaglio: il World Cancer Research Fund (WCRF) e l’American Institute for Cancer Research sottolineano che il consumo medio settimanale di carne rossa allevata industrialmente non dovrebbe superare i 300gr, con punte massime di 500gr a settimana. Se la carne rossa derivasse da animali allevati in proprio, risultando quindi priva di conservanti e robacce varie legate all'allevamento industriale, il discorso cambierebbe e le dosi ottimali sarebbero probabilmente più alte, ma non bisognerebbe comunque eccedere nel consumo (come per qualsiasi alimento, animale o vegetale: abusarne comporta dei danni), come spiegato qui. Inoltre, sarebbe meglio limitare le carni rosse in attesa che proseguano gli studi cui ho accennato alla fine del paragrafo precedente. Riguardo gli insaccati, invece, il parere del WCRF è molto chiaro: andrebbero banditi dalla tavola, o comunque limitati a un consumo occasionale, soprattutto per via dei procedimenti particolarmente elaborati e non salutari necessari alla loro conservazione, che però non dovrebbero riguardare alcuni prodotti DOP e gli alimenti in vendita in alcuni salumifici artigianali (per essere certi, bisognerebbe verificare volta per volta). Bisogna inoltre porre grande attenzione al modo in cui si cuoce la carne. Per maggiori dettagli vi rimando a questo articolo: vi consiglio caldamente di leggerlo e rileggerlo. Abbiamo visto quali sono le dosi di carne rossa che, secondo gli studi attuali, sono in grado di nutrirci senza provocare alcun danno alla nostra salute, fermo restando che non bisognerà abusare nemmeno di quella bianca, soprattutto se derivante da allevamenti industriali. Il tipico vegesaltato a questo punto è già saltato sul tavolo urlando: “Ecco, vedi? Non ti dicono di non mangiare carne, ti dicono solo di mangiarne poca!!!! Quindi...” Quindi...c'è il KOMPLOTTO. 

Un tipico scienziato

E' noto infatti che molti vegetariani a vegani siano parenti stretti dei complottisti più incarogniti (caso strano!). Costoro mettono davanti il fatto che la "scienza ufficiale" (quei kattivoni pilotati dai rettiliani o chissà da chi) si guardano bene dal dire che la carne fa male, anteponendo questioni di profitto e potere alla loro etica professionale. Peccato che le cose stiano esattamente all'opposto. La scienza ufficiale afferma che mangiare più di 500 grammi a settimana di carne rossa (quella del supermercato, ricordiamo) comporta danni certi e gravi alla nostra salute. Stesso dicasi per il consumo regolare di insaccati ricchi di conservanti. Ora, sapete quanta carne si mangia nel nostro evolutissimo occidente? Un italiano medio consuma circa 90kg di carne l'anno. I numeri degli americani, degli inglesi, dei francesi etc sono molto simili. Bene, 90kg all'anno sono in media quasi 2Kg di carne a settimana, che probabilmente comprenderà in larga parte anche insaccati. Le conseguenze mi sembrano ovvie: se la stragrande maggioranza degli occidentali seguisse alla lettera i consigli dei medici, consumando le dosi e le tipologie di carne non nocive per la nostra salute, l'industria della carne (e tutto l'impero che vi è connesso) andrebbe a farsi fottere in men che non si dica, così come moltissime malattie connesse al suo consumo

Beh, per essere “tirapiedi” di grandi multinazionali e magnati della Impero Carnivoro, questi medici del WCRF (e tutti quelli che affermano cose simili) sono proprio dei gran cazzoni! Ma come, invece di urlare: “Signori, mangiate pure 2kg di carne a settimana, mangiate pure insaccati, mangiare pure la merda, tanto non vi farà niente!”, ci vengono a dire di mangiare solo un paio di fettine a settimana ed eliminare la stragrende maggioranza di prosciutti, salami, pancette etc in commercio? Ma che stronzi! Ma se anche questi scienziati si adoperassero per demonizzare nel modo più assoluto il consumo di carne di qualsiasi tipo, quale risultato otterrebbero? Vi risulta che da quando hanno iniziato a scrivere sui pacchetti di sigarette il monito “Nuoce gravemente alla salute” il consumo di sigarette sia sceso a picco? Sono ragionamenti a dir poco banali. Ma il tipico vegegano-complottaro proprio non ci arriva. 

Evoluzione e adattamento, questi sconosciuti

Purtroppo io vivo in città, non dispongo di un orto né di una stalla dove allevare animali. Per cui mi arrangio come meglio posso. Mangio poca carne (certo non più delle dosi settimanali consigliate) e quando posso compro frutta e verdura fresca. Adoro legumi e cereali. Se vivessi in campagna, a avessi la possibilità di nutrirmi di soli vegetali, cosa farei? Non ne ho idea. E non è importante. Mi piacerebbe piuttosto sapere cosa consiglierebbe il Vegeilluminato di turno a una comunità di individui che vivono a 1000mt di quota, alle pendici di una montagna, dove le coltivazioni possibili sono ridotte all'osso per via del clima. Una volta chiarito che la carne, consumata nelle giuste dosi, non arreca alcun danno alla salute (nessun cibo provoca danni se consumato nelle giuste dosi), che cosa dovrebbero fare questi poveri montanari? Morire di fame per non uccidere animali? Ah giusto: potrebbero scendere in pianura o in “città” e comprare i vegetali. Ma se non avessero i danari o i mezzi per spostarsi? Oppure, se non volessero spostarsi? E' chiaro che dovrebbero adattarsi, nutrendosi di ciò che gli offre l'ambiente circostante. E siamo arrivati dunque alla parola chiave: ADATTAMENTO. Ogni essere vivente possiede la capacità di adattarsi all'ambiente in cui si trova. Esistono perfino animali che cambiano sesso per adattarsi all'ambiente che li circonda. Per quale ragione non dovrebbe avvenire lo stesso quando si parla di cibo? Abbiamo visto che perfino un cervo, all'occorrenza, mangia carne. Questo dimostra che l'evoluzione di ogni forma di vita (animale o vegetale) ripudia l'assoluto. Il concetto di assoluto è relegato a leggi naturali che l'intelletto umano ha individuato e “codificato” nell'ambito delle scienze fisiche, chimiche, matematiche... Assoluto è: 2+2=4. Assoluta è la costante di gravitazione universale. Ma queste leggi sono "strumenti" della vita, che è la base dell'essere. Il tipico vegano, invece, pare invertire i ruoli: la vita sarebbe asservita a certe leggi assolute individuate dall'uomo. Il che, mi spiace per tutti i vegecrociati, è semplicemente ASSURDO. Ma questo forse è un discorso troppo complesso per vegecomplottari e affini.

 

I cagnolini

Vi sarà certamente capitato di avere a che fare con ominidi convinti del fatto che chi non mangia carne è condannato a diventare bianco come un lenzuolo, magro come un cadavere in decomposizione etc. Benché il loro numero sia in diminuzione, questi poveri ignoranti sono ancora molto diffusi. Sono abbastanza innocui, ma in genere anche fra costoro si nascondono imbecilli che si divertono a prendere per il culo chi mangia vegetariano o vegano (a prescindere dal fatto che si tratti di un vegetariano fanatico/ignorante o di uno che sa il fatto suo) vomitandogli addosso le solite fanfaluche sul fatto che "ki mangia karne è + forte e kazzuto!!!!!!!!!!!". A volte potrebbero reagire così di fronte a un vegesaltato, nel qual caso potreste godere di un ottimo effetto stereo: due coglioni che si insultano a vicenda sciorinando puttanate di prima scelta. In generale, questi karnivori konvinti vanno solo congedati con una sana pacca sulle spalle. Come fareste con una vecchietta che vi consiglia di appendere alla porta di casa una scopa rovesciata per tenere lontane le streghe. Se poi dovessero diventare violenti o offensivi, invitateli a una cena di carne: li ammansirete come cagnolini che hanno ottenuto il loro agognato osso.

 

Conclusioni

Una sana dieta vegetariana o vegana è senz'altro molto più salutare della dieta sregolata e “viziata” seguita dall'occidentale medio (e a breve il problema non riguarderà solo gli occidentali), ma ciò non significa che la dieta vegana e vegetariana sia l'unica dieta salutare. Una dieta che comprenda la giusta dose di carne, specie se ottenuta da animali allevati in proprio, risulterà altrettanto salutare. Considerazioni di tipo etico, economico, sociale, etc non hanno nulla a che vedere con questo discorso. Punto. Per riassumere:
  1. L'uomo deve mangiare carne per sopravvivere in salute? Falso, la carne può essere sostituita dai vegetali.
  2. L'uomo deve mangiare vegetali per sopravvivere in salute? Vero, per via delle proprietà dei vegetali, non sostituibili dalla carne.
  3. L'uomo può mangiare carne? Vero, per i motivi esposti in questo articolo.
  4. L'uomo può abusare di carne? Falso, l'uomo non può abusare di nessun alimento.
  5. L'uomo può abusare di vegetali? Falso, l'uomo non può abusare di nessun alimento.
Vi ricordo infine che questo articolo vuole essere solo un invito all'approfondimento: vi esorto a focalizzare l'attenzione sul problema dell'alimentazione, spesso trascurato o trattato con imperdonabile leggerezza.. Se pensate abbia scritto stronzate, vi prego di farmelo notare. Stesso dicasi se volete aggiungere qualcosa di interessante e costruttivo. 
La mia analisi comunque non si conclude qui: tornerò sull'argomento con ulteriori elementi su cui sto ragionando da diverso tempo.

Mi sbrilluccico d'immenso (ovvero il fantastiko regno dei lekkakulo assatanati)

Quale miglior schifezza per iniziare? Devo premettere che, nonostante nella pagina di presentazione del blog non ne abbia fatto menzione, questo sito si occuperà in larga parte di letteratura e di tutto ciò che (purtroppo) vi ruota attorno, ovvero: blog letterari illetterati, sedicenti guru di narratologia, imbrattacarte che si reputano novelli Tolstoj, e compagnia bella. Iniziamo dunque con quella che senza dubbio può essere considerata una delle più grandi pesti letterarie degli anni zero (sarebbero gli anni dal 2000 in poi), una fra le piaghe cul-turali più infestanti da quando l'uomo ha inventato il marketing, o meglio, il marchétte-think, ovvero quel sistema di tecniche diaboliche fondate sull'esercizio indiscriminato del "do ut des", arte prediletta dai leccaculo assatanati. 

In quest'articolo noteremo come l'applicazione di tale tecniche consenta di accumulare (anche in breve tempo) degli ammassi di sterco tali da sminuire l'opera di una legione di virus intestinali. In effetti, la parola "virus" è particolarmente adatta, poiché la stragrande maggioranza dei blog letterari (anche chiamati lit-blog) si è diffusa in rete come una vera e propria pandemia da cui è difficile salvarsi.
Del resto, non c'è da stupirsi: qualsiasi articoletto online che spiega come avere millemila visite al giorno sul proprio blog e altrettanti laic su féisbuc, non farà che ripetere a pappagallo ciò che è stato scritto in precedenza da altri riguardo le utilissime (su questo non ci piove) tecniche per essere indicizzati dai motori di ricerca, creare un vasto seguito di lettori e via dicendo, il cui scopo finale è quello di ottenere un cazzutissimo blog virale. Il bello è che allo stesso tempo tutti consigliano di scrivere articoli di qualità, perché, attenzione, nessuna tecnica di marcheting, nessuna raccomandazione, nessun miracolo potrà salvare il vostro sito se non pubblicate contenuti di qualità! Inutile dire che nella stragrande maggioranza dei casi non accade nulla del genere, per il semplice fatto che la qualità, quella vera, richiede un notevole impiego di risorse - tempo, studio, fatica, passione... - che i più non vogliono o non possono impiegare.

La massima espressione del tipico blog virale

Ma forse sto generalizzando: il mio obettivo era concentrarmi sul fenomeno dei lit-blog, quindi meglio circoscrivere il campo. Dunque, cosa sarebbe un lit-blog? Anche se molti credono di conoscere bene la risposta, è meglio fare un piccolo riassunto. In teoria, si tratta di un sito gestito da un tizio che:
  • Si ritiene esperto in materie letterarie, perché ha letto molti romanzi (a prescindere dalla qualità degli stessi) e/o è laureato in lettere e/o ha frequentato corsi di scrittura.
  • Ritiene che altri siano interessati alle sue opinioni in ambito letterario
  • Probabilmente ha scritto delle opere (da lui ritenute valide) e vuole sfruttare il blog per promuoverle, credendo che il fatto di aver letto molti romanzi, o di avere una laurea in lettere, o di aver frequentato un corso di scrittura, siano condizioni sufficienti a trasformare un pincopallino qualunque in un bravo scirttore.
Tuttavia, il poveretto dimentica spesso che:
  1. La competenza in ambito letterario non è direttamente proporzionale alla quantità di testi letti, ma alla qualità, alla tipologia, e al modo in cui vengono letti (discorso lungo, forse ne riparleremo in altri articoli del blog).
  2. A nessuno frega un cazzo della sua opinione: l'unica cosa che conta per gli altri è la visiblità del blog (che può essere acquisita tramite i sistemi che vedremo fra poco), in modo da potersi mettere in mostra tramite i commenti e/o fare comment-marketing.
  3. Come per il punto 1, la bravura di uno scrittore non si basa sulla quantità di libri letti (a meno che tale quantità non sia davvero infima) o su pezzi di carta che riportano in svolazzanti caratteri la scritta "Dottore in lettere" o "Attestato di partecipazione al corso di scrittura creativa più fico d'Italia", ma su ben altri fattori (che ora non è certo il caso di elencare).
Se pensate che il quadro sia piuttosto deprimente, devo avvisarvi che questa prima analisi del tipico lit-blogger è comunque molto ottimistica. Se i veri motivi che spingono ad aprire un blog letterario fossero davvero quelli summenzionati, saremmo già un bel pezzo avanti lungo la strada che conduce fuori dallo Schifo. Nossignori, la scelta di aprire un lit-blog risponde quasi sempre a esigenze ben più abiette e primitive, e come al solito, per scovarle, bisogna procedere a ritroso, di frutto in frutto, di ramo in ramo, calarsi lungo il tronco, e scavare un paio di metri sotto terra, dove troveremo la radice di tutto, ovvero:
CAZZO, ESISTO ANCH'IO!

Non c'è altro. Il motore di tutto è puro e semplice egocentrismo, che ha trovato nella Rete delle Reti un humus ideale per attecchire e prosperare (trattandosi di un mezzo alla portata di chiunque abbia un computer da duecento euro e una connessione internet da venti euro al mese). Il lit-blog, dunque, non è altro che una delle conseguenze di questo Morbo che aggredisce un povero cristo fin da tenera età, e più precisamente dalla prima volta in cui si è messo a piangere perché la mamma gli ha tolto il suo giocattolo (l'egocentrismo è una diretta conseguenza dell'egoismo). Naturalmente, esistono anche eccezioni, ovvero blog il cui scopo primario è quello di diffondere pareri onesti e informazioni utili: in questi casi l'egocentrismo non è assente, ma rimane in secondo piano, così come dovrebbe essere (parlerò dettagliatamente di questi blog in qualche prossimo articolo).
Come già detto, il Morbo dell'egocentrismo ha trovato in internet terreno particolarmente fertile. Il meccanismo che si instaura è molto simile a quello che lega il tossico alla dose quotidiana: una raffica di "like" su facebook, o una valanga di visite sul proprio blog, determinano, per questi blogger particolarmente esposti all'azione del Morbo, lo stesso sollievo (e al contempo lo stesso danno) di una massiccia quantità di morfina (o altra droga). Nel caso specifico dei lit-blog, la malattia può manifestarsi a più livelli di gravità. In questo articolo esamineremo i casi più gravi e contagiosi.

Mi sbrilluccico d'immenso!

A questo punto è lecito chiedersi: come è possibile che queste creature coprofaghe riescano sistematicamente a ottenere la popolarità che tanto agognano? Semplice: caratteristica comune e punto di forza di questi immondezzai è la loro fittissima rete di cooperazione, una vera e propria lobby che promuove scambi di favori, raccomandazioni, pubblicità incrociate e via discorrendo. In definitiva, una mostruosa macchina autoreferenziale, che NULLA a che fare con la diffusione di ciò che è definibile "letteratura".
Come si può notare dallo schema, il modello organizzativo prediletto dai gestori dei lit-blog lick-blog è basato sulla topologia di rete completamente magliata, i cui vantaggi sono innegabili. Notate infatti come ogni blogghetto è connesso a tutti gli altri: in tal modo, ogni nodo di questa rete infernale riceverà supporto di vario genere da tutti gli altri, e a questi ultimi offrirà a sua volta il suo contributo i suoi cuoricini affinché il sistema prosperi.
Ma in che modo, esattamente, si esplicano tali attività di mutuo sostegno? Lo strumento principe è costituito senza dubbio dalla cosiddetta recensione, un termine ormai vilipeso, sputtanato, e abusato quanto quello che volgarmente indica l'organo genitale femminile. Manca solo che lo scrivano nei cessi pubblici, seguito dal numero di qualche blogghettàro compiacente che offre i suoi servizi - ovvero recenzioni pozitivizzime - in cambio di chissà quale "favore". Naturalmente, ciò che questi minchioni definiscono "recensione" non è assolutamente una recensione. Non ci somiglia nemmeno a una recensione. La funzione di una recensione, infatti, dovrebbe essere quella di analizzare i pregi e i difetti di un romanzo, e non quella di prendere per il culo le gente utilizzando questo termine per definire ciò che, in realtà, non è altro che una fastosa vetrina pubblicitaria avente il solo scopo di lodare le opere (quasi sempre infime) dello scribacchino di turno, che provvederà quanto prima (o avrà già provveduto) a ricambiare il favore sul suo blog.
Se ancora esistesse qualche anima innocente ignara del fatto che questo genere di favoritismi ha infestato da tempo la blogosfera letteraia, è possibile ottenere un facile riscontro visitando i suddetti blog (nel prosieguo dell'articolo suggerirò alcuni elementi chiave che permettono di idividuarli in maniera pressoché certa). Dopo aver letto qualche pagina, anche il più assiduo fan de L'isola dei famosi si renderebbe conto che qualcosa non quadra. In primis, il fatto che tutte le opere sono valutate positivamente (con le famose quattro o cinque stelline), tranne qualche rara eccezione, evidentemente messa lì apposta per salvare la faccia. E' ben noto come autori del calibro di S. King, Philip K. Dick, G. Orwell, Tolkien e compagnia bella, non abbiano ricevuto sempre e solo lodi, ma anche diverse critiche. Ma evidentemente gli autori di cui si occupano questi blog sono tutti geni.

Il meccanismo funziona alla grande, ve l'assicuro, poiché, grazie all'enorme potere del "Tutti per uno, uno per tutti!", e all'infaticabile lavoro di marketing di questa gente (ne parlerò meglio dopo), la diffusione sul web e la conseguente indicizzazione dei motori di ricerca è assicurata. Tanto è vero che a un certo punto - meglio tardi che mai, no? - le stesse case edtrici (e parlo di importanti case editrici) hanno ben pensato di stringere una Santa Alleanza con questa sorta di loggia massonica. In pratica: qualora tu abbia un lit-blog con un discreto seguito di lettori (ottenuti nel 99% dei casi grazie ai subdoli stratagemmi già menzionati), riceverai prima o poi una mail da parte di qualche lavascale impiegato in una casa editrice che, dopo le necessarie sviolinate sullo spessore culturale del tuo blog e fregnacce simili, ti propone di scrivere recensioni. Naturalmente, i libri ti verranno inviati dall'editore a titolo gratuito, il che sottintende (oppure ti verrà detto apertamente) che tu dovrai scrivere una recensione positiva. Il che vuol dire, in soldoni, che devi fargli pubblicità, spacciando i tuoi articoli per recensioni che, per definizione, dovrebbero invece essere obiettive. Che dire...in fondo parliamo del mestiere più antico del mondo. Lo scrittore? Non proprio...

...ma almeno in questo caso non c'è alcun inganno

In definitiva, una discreta fetta di questi blog, partiti come "innocenti" strumenti sfruttati da qualche imbrattacarte nostrano per farsi pubblicità, sono diventati ad oggi burattini nelle mani delle case editrici. Pensate un po' quale fiorente carriera, partire da un blog come questo gestito da una tizia cresciuta a pane e Twilight (sì, purtroppo i gestori di questi blog sono quasi sempre donne, non chiedetemi perché), per arrivare nientepopodimeno che a ospitare sul proprio blogghetto alcuni fra i nomi più altisonanti dell'editoria italiana, quelli che, per intenderci, hanno avuto l'onore e il merito di adornare le vetrine delle maggiori librerie italiane con pile di romanzetti rosa spacciati per fantasy, o romanzetti porno spacciati per sentimentali merda, libricini scritti da gente al cui confronto gli autori di Harmony avrebbero meritato il Nobel. Per non parlare poi del fatto che grazie a questo sistema si ricevono montagne di libri aggratis!

Breve manuale di sopravvivenza

Come salvarsi dalla pandemia? Da quanto detto finora potrebbe sembrare che il Potere di questa setta sia ormai inarginabile. Tuttavia, il tallone d'achille di questi baracconi sta nel fatto di essere facilmente riconoscibili grazie ad alcune caratteristiche ricorrenti, che indico di seguito. Anche la presenza di uno solo fra questi elementi, quindi, dovrebbe mettervi in allarme.

1) Sbrilluccichii. Caratteristica comune di questi blog è il massiccio uso di scritte glitterate, puntatori di mouse a forma di cuoricini, stelline o farfalline, e altri elementi grafici invadenti e/o di dubbio gusto, che vi daranno l'impressione di essere capitati in un sito di make up gestito da un fan di Platinette, piuttosto che in un blog di letteratura. E' di certo il fattore che maggiormente rivela la presenza di uno shit-lit-blog, proprio come le bollicine sulla pelle annunciano il morbillo.
2) Titolo del blog. I gestori di questi blog dispongono in genere di una fantasia piuttosto limitata, e la situazione è ulteriormanente compromessa dal misero bacino di vocaboli cui può attingere la loro memoria (non potrebbe essere diversamente considerando i vomitevoli romanzi che leggono). Pertanto, iniziate a preoccuarvi quando capitate su blog intitolati "romanticamente leggendo", "fantasticamente fantasy", "leggere per sognare" e amenità simili.
3) Numero di recensioni. I gestori di questi siti sono fedeli all'illusione che un blog strafiko debba per forza sfornare almeno un paio recensioni a settimana. Si instaura così anche una sorta di competizione fra blogger. Tuttavia, costoro non sembrano afferrare che il rapporto fra qualità e quantità è sempre inversamente proporzionale (oppure lo sanno ma se ne sbattono le palle). Discorso a parte va fatto per i blog asserviti alle case editrici: in questo caso la qualità della recensione è un fattore inutile quanto un buco del culo sul gomito, anzi, una recensione valida, e dunque obiettiva, finirebbe per creare solo rogne all'editore di turno, per ovvie ragioni.
4) Stile delle recensioni. Una buona recensione deve essere chiara, obiettiva, dettagliata...ma soprattutto, una buona recensione deve essere precisa. Espressioni del tipo "lo stile di quest'autore è fresco e audace!", "una storia coraggiosa che non mancherà di appassionarvi", "un romanzo dal ritmo incalzante con profondi risvolti passionali", "la trama a tratti si rivela noiosa", "una prosa raffinata e scorrevole" e compagnia bella, hanno un nome ben preciso: aria fritta. Il recensore onesto e preparato, infatti, dovrebbe di volta in volta "spacchettare" questi aggettivi vaghi, che di fatto non comunicano nulla al lettore, e spiegare quindi perché lo stile del romanzo è fresco e audace, perché la trama è noiosa, perché il ritmo è incalzante, e via dicendo. Ciò naturalmente richiede una preparazione in materia che il 99,9% di questi bloggettàri nemmeno si sogna. Per questo potrete facilmente riconoscere una recensione di merda, e dunque un lit-blog di merda, dalla presenza più o meno folta delle locuzioni segnalate.
5) Lunghezza recensioni. Intendiamoci, non è detto che una buona recensione debba coprire dieci fogli A4 con carattere in corpo 12 (anzi, in alcuni casi l'eccessiva prolissità può rivelarsi controproducente). Ma una critica di mezza paginetta traboccante di aggettivi fumosi e considerazioni inutili (come quelle che ho indicato nel punto precedente) non è indice di buona qualità del blog che state leggendo.
6) Reading-contest. Non mancano quasi mai: si tratta di competizioni in cui i blogger si sfidano a colpi di letture. Se leggi più di venti libri l'anno sei meh, se ne leggi più di trenta sei fiko, se ne leggi più di cinquanta sei Dio, e così via. Così, un povero cristo che in un anno legge dieci libri di Tolstoj (e magari li rilegge una seconda volta nell'arco dello stesso anno allo scopo di analizzare lo stile, comprendere più a fondo i temi trattati, o per semplice diletto) verrebbe etichettato come uno sfigato ignorante che legge pochi liBBri. L'aspetto più grave è che molti blogger (e utenti al seguito) prendono la questione molto seriamente, senza rendersi conto che, in verità, tali gare non hanno dignità e importanza maggiore di una "corsa del formaggio" (vedi video), con la differenza che non sono altrettanto divertenti e non hanno alcun valore folkloristico.


7) Blog tour. Altro strumento molto in voga fra i lit-blog-friends, che si accoppia con l'onestà intellettuale allo stesso modo in cui un rospo può accoppiarsi con un'aquila reale. Intendiamoci: il blog tour in quanto tale non ha nulla di maligno, ma l'uso e l'abuso che se ne fa lo rende uno degli strumenti più temibili nelle mani impiastricciate dei nostri letterati blogger. Se lo spirito del blog-tour fosse - ancora una volta - quello di promuovere solo i blog ritenuti validi, le cose andrebbero diversamente.
8) Banner pubblicitari. Come potevano mancare? Le pagine di questi blog ricordano spesso i tabelloni pubblicitari che fanno da sfondo alle interviste dei calciatori, dove si trova di tutto, dal marchio del nuovo Suv che va anche sott'acqua a quello dei pannolini che trasformano la merda in cioccolata. Nel caso dei lit-blog avremo: copertine di libri in antepima o in "wish-list", annunci di blog-tour o di eventi senza alcuna importanza, segnalazioni di contest, concorsi e altre iniziative inutili, banner di case editrici, banner del fruttivendolo sotto casa... Il risultato è una nauseabonda poltiglia colorata che provoca nel lettore un gran mal di testa e il desiderio di cancellare la parola "banner" dalla propria esistenza.
9) Guest post. Un blog di merda pubblicherà spesso e volentieri guest-post insulsi (e dunque in linea coi contenuti medi prodotti dal blogger), scritti ovviamente dall'amichetto di turno in cerca di pubblicità gratis. Ecco perché è molto difficile, se non impossibile, trovare guest-post su lit-blog seri, i cui autori possiedono in genere tutte le competenze e la volontà di gestire personalmente il proprio lavoro, e pertanto non hanno alcun alcun bisogno che altri intervengano nel loro sito, a meno che non si tratti di gente con le palle quadrate, in grado di offrire un reale valore aggiunto al blog (cosa che, ovviamente, capita assai di rado).

CONCLUSIONI

A questo punto è normale chiedersi: ma se io volessi aprire oggi un lit-blog serio? Risposta: lascia perdere. Forse potrebbe valerne la pena per diffondere qualche genere letterario ancora poco diffuso in Italia (come la bizzarro fiction), ma solo a patto di avere un'enorme passione, competenza e, soprattutto, una solida consapevolezza del fatto che, se non si vuole scendere a compromessi, quasi certamente non otterremo una visibilità paragonabile a quella dei blogghettàri asserviti al sistema di cui abbiamo parlato. Qualcuno dirà: "bene, meglio pochi ma buoni!", ma in realtà faticare giorni/settimane/mesi nella stesura di un certo numero di articoli validi, per poi rendersi conto che gli stessi sono stati letti da quattro gatti (che hanno avuto la fortuna di trovare il vostro blog fra i millemila stronzi che galleggiano nel web) potrebbe essere un'esperienza molto frustrante. Benché io sia a favore della libertà di espressione e di opinione, e dunque non proporrei mai la galera o altre sanzioni per questi blogghettàri, tuttavia non posso esimermi dal guidicare costoro - e tutti quelli che li supportano - come una vera e propria piaga, gente che di fatto "ruba" spazio al lavoro di altre persone più oneste e preparate che produrrebbero altri risultati. Di certo tornerò sull'argomento in maniera più approfondita. Per oggi basta così. Sono già abbastanza schifato, e penso anche voi.

SCHIFOMETRO


Lo Schifometro ha emesso il suo verdetto. Mi ha un pochino sorpreso non trovare la lancetta miseramente adagiata sull'infimo grado dello Schifo. Forse lo Schifometro ha voluto concedere a questa marmaglia un "voto di incoraggiamento", con la tiepida speranza che in tal modo le cose migliorino?